Fa freddo a Milano dove Ivan Segreto vive ormai da un po' di tempo ma il cantautore di Sciacca ha il cuore riscaldato dal lancio del nuovo disco "Fidate Correnti", secondo episodio discografico che segue esattamente di un anno il grande successo dell'esordio "Porta Vagnu". C'è ancora chi si stupisce di come un novello della discografia sia diventato nel volgere di un anno il nome di punta della nuova canzone jazz italiana, un nome che si inserisce a pieno titolo nel grande filone che vede gli artisti vocali di casa nostra andare a nozze con la musica afro-americana.
Due dischi in poco più di un anno, sei riuscito a trovare la tua dimensione compositiva e creativa, riesci a trovare gli stimoli per fare un disco all'anno.
«Penso che non esista una vera e propria formula. Ho avuto un po' di sollecitazioni per fare questo secondo disco. Io stesso, però, capivo che era il momento di farlo ma la mia scrittura non si è mai fermata. Ho continuato a portarla avanti parallelamente ai concerti e a tutti gli altri impegni che ci stanno intorno ad un precedente disco. La scrittura, penso, si sempre in evoluzione, è il mio obiettivo. Non ho interrotto la scrittura anche perché sapevo che c'era bisogno di mettere in piedi un secondo disco. Penso che sia anche giusto perché si presentano al pubblico le caratteristiche, le peculiarità di una persona che scrive, che vuol fare questo insomma. Non è stata una cosa difficile. E' stato un po' stressante perché gli impegni erano tanti ma non è stata una forzatura affrontare questa seconda scrittura».
Sono tutti brani nati in questo ultimo anno?
«In realtà quattro di essi appartengono ad una scrittura più rilassata: sono il singolo "Vola lontano", "Confusione soltanto", "Contrasto" e "Ridestinato". Gli altri sette sono stati scritti quest'anno».
In "Ridestinato" ti abbandoni ad una riflessione sulla posizione dell'uomo tra cielo e inferi.
«Penso che il ruolo di un musicista non sia quello di sentenziare una verità ma di essere in sintonia con le proprie inclinazioni."Ridestinato" è un testo molto intimo che attinge a quelle verità che appartengono a tutti. Il primo rapporto che si ha con la consapevolezza della fine, della morte, di questi eventi che sono molto forti…
Non è forse un po' troppo presto per pensarci?
«Non è questione di presto o tardi, è soltanto la verità delle cose. Non c'è presto o tardi, c'è solo da pensarci, bisogna porsi degli interrogativi. "Ridestinato" è una chiave di lettura, non è una risposta».
Il tuo è un Dio inserito in una religione ufficiale o è un Dio tuo?
«Gandhi diceva una cosa bellissima, che le religioni sono i rami di uno stesso albero ma alla fine il riferimento all'albero è indentico. L'unità delle religioni è una cosa in cui credo tantissimo. Sono alla ricerca, come tutti, di una mia collocazione, di un posto dove tutto ad un certo punto magicamente combaci, sia dove senti tu debba stare. Sono percorsi molto intimi e personali, è difficile stabilire un percorso».
Forse la tua vera religione è il jazz, una chiesa che non abbandonerai mai…
«Quella per me è stata una scuola di vita che ho rispettato come tale. In questo secondo disco non ci sono espliciti riferimenti al jazz, non c'è swing, non ci sono rimandi stilistici ben precisi. In tutto il disco, però, c'è un approccio creativo jazzistico che vive del momento in cui la musica viene eseguita. Il disco è stato registrato in presa diretta, ha quel tipo di imprinting, sembra quasi un disco live. E' l'unica prassi che accomuna tutti, quella dell'esecuzione e della registrazione dell'esecuzione dando per buono anche quello che non viene considerato perfettamente ben eseguito, ma fa parte dell'esecuzione del momento, merita una sua considerazione. Sono meccaniche ben consolidate che appartengono a quel tipo di cultura».
Questo approccio un po' più cantautorale si trasferisce anche dal vivo? Vuol dire che canti di più? Il tuo concerto dello scorso anno era tipico di una jazz band dove la musica aveva il sopravvento sulle parole.
«Sarà diverso il taglio dato al concerto. C'è un quartetto di jazzisti con tre musicisti dove io metto insieme la figura del cantante e del tastierista, cui si unisce il basso elettrico e la batteria, che suonano brani originali con un approccio molto libero. I brani saranno interpretati costantemente, di volta in volta. Per questa prima parte del tour, ho voluto evitare la presenza di un quarto musicista, solista come un sassofonista perché mi piaceva l'idea di dare più spazio alla voce, e sentire questo contrasto del silenzio del trio dopo un'esposizione tematica vocale. Anche tutto il disco è basato su questo tipo di esposizione. Secondo me funziona molto perché alla fine risulta un approccio molto essenziale, senza fronzoli, senza elementi in più che possono sì arricchire ma anche distogliere. Ho voluto andare al nocciolo della cosa. Alla batteria ci seguirà Massimo Manzi, noto jazzista italiano, di grande levatura avendo suonato con nomi del calibro di Pat Metheny. Per me suonare con un batterista di tale livello è una grandissima soddisfazione. Infatti non vedo l'ora di cominciare».
Userai la voce anche per raccontarti un po'?
«Non sono capace. Preferisco stare là seduto, cominciare a suonare poi alzarmi e ringraziare. Parlo sempre poco, mi viene più facile ragionare con la musica».
Sei l'esatto opposto di un tuo collega musicista della tua stessa provincia Agrigento. Sto parlando di Lello Analfino e dei suoi Tinturia.
«Ah Lello, ho diversi amici che suonano con lui. No, gli agrigentini come tutti i siciliani in genere non siamo tutti uguali. Mi piace comunque il fermento che viene dalla Sicilia. Poi c'è sempre Franco (Battiato ndr, che ha ospitato Segreto in parte del suo tour dello scorso anno), un vero faro, uno che osa sempre, che si mette sempre in gioco. In Sicilia siamo ricchi di musicisti e di persone interessanti».
Sarai in grado come Battiato di scrivere, prima o poi, una opera contemporanea tua?
«Non ho idea. Un certo tipo di cose presuppone un certo tipo di cultura ed io non ho la cultura di Franco Battiato. Io sono un musicista, lavoro con la musica. Un giorno, chissà, mi contaminerò abbastanza e sarò pronto per fare qualcosa di veramente importante. Anch'io, nel mio piccolo, dal primo al secondo disco mi sono messo in gioco. Qualcuno ha pensato che era un rischio fare un disco completamente diverso dal primo».
Ho letto su un sito che distribuisce il tuo disco e che ospita pareri degli ascoltatori un giudizio non proprio positivo di uno che ti accusa di essere troppo distaccato e che in "Fidate Correnti" manca un po' di cuore che era presente su "Porta vagnu". Tu cosa rispondi?
«Il primo disco ha sempre un respiro particolare, il secondo è più difficile per diversi motivi. In parte accolgo in maniera costruttiva questa critica, se vuoi ribadendo anche l'idea che scrivere musica è una cosa molto delicata. Io cerco di essere il più spontaneo possibile. Il nostro modo di comunicare è articolato, le verità sono sempre tante, insite nell'animo di ciascuno di noi. Forse il giudizio dell'ascoltatore è un po' affrettato ma fa capire che il primo disco ha avuto un ascolto molto forte, quindi una parte di me ha fatto cose positive. Non esiste nulla di statico, quindi sono sicuro che il terzo disco sarà completamente diverso dal primo e dal secondo e da quello che seguirà. Mi piace comunque mettermi in gioco e mantenere uno spirito divertito perché la musica è anche questa. Io la vivo come un rito».
Come è stato lavorare con Marti Jane Robertson, produttrice che in Italia ha lavorato con nomi del calibro di Ivano Fossati e Paolo Fresu?
«Ha affrontato qualsiasi problema con capacità di condivisione. C'è stato un lavoro di equipe fortissimo fra noi tre musicisti (con Segreto hanno registrato il disco Daniele Camarda e Pino Litrenta) e questo ha permesso al disco di avere quell'unità che possiede, quell'unica visione. Brani come "Juninho", "Confusione soltanto" e "Tingerei in verde" sono state una creazione collettiva, gli arrangiamenti sono stati una creazione di tutti e quattro. E' bello per un giovane musicista sapere che ci sono grandi personaggi della musica che hanno voglia di mettersi in gioco e di collaborare, senza sentenziare dall'alto della sua posizione. E' la cosa che fa andare avanti la musica in questo paese».
Quando varcherai l'oceano e suonerai in America?
«E' una bella domanda (ride) ma io questo non lo so. Mi piacerebbe, mi sto muovendo per canali alternativi nel senso di sfruttare il contatto con amici che vivono là da tempo e andare ma suonare lì svincolato dal mio essere musicista in Italia. Chissà, in futuro, si possono creare situazioni gratificanti nel senso di un certo tipo di riconoscimento. Ogni cosa al suo tempo».
(30 novembre 2005 www.blumedia.info)